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Introduzione | Ugo Becattini | La Banda | Cenni storici su Rocca San Casciano

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La Fondazione Ugo Becattini è ufficialmente nata il 16 febbraio 1998 a seguito di un lungo periodo di proposte, progetti, idee più o meno circostanziate, che avevano come unica radice il proposito di dare vita a una iniziativa con la quale ricordare mio padre. Non è affatto semplice andare oltre alla usuale tradizione commemorativa cercando tuttavia di collocarsi in un ambito di scelte ponderate e misurate, che evitassero un celebrativismo vuoto e pomposo.

Mio padre era un uomo semplice, uno dei tanti cittadini di Rocca San Casciano che amava la musica ed era legato al suo paese in modo intenso. Da questa considerazione siamo partiti, i miei fratelli e io, per ideare un’organizzazione che avesse appunto la duplice finalità di favorire la diffusione della musica e delle attività artistiche, promuovendo contemporaneamente la città di Rocca San Casciano e il territorio circostante. Questa idea, molto semplice all’apparenza, ha richiesto tempo per essere elaborata e successivamente concretizzata nella nascita di un organismo che è stato identificato in una Fondazione.

Poiché anche le idee belle e brillanti hanno bisogno di “carburante” per avviarsi e camminare spedite, io ho avuto un indispensabile supporto in mio marito Ettore e nella sua struttura imprenditoriale. Ci è sembrato naturale collocare la sede della Fondazione a Rocca San Casciano e l’allora sindaco cavalier Pier Luigi Serri, avendo compreso le finalità e la filosofia del nostro organismo, ci ha subito proposto una collaborazione con l’associazione lirica cittadina per l’organizzazione del Premio Carlo Alberto Cappelli, che nell’anno 1998 rischiava di non venire organizzato per alcune sopraggiunte difficoltà.

Iniziò, così, la nostra avventura e dall’anno successivo ideammo autonomamente un Gran Concerto che prevedeva la premiazione, con megaglia d’oro della Fondazione, di personaggi di primissimo piano nel campo della musica, dello spettacolo e della cultura.

Le manifestazioni che si sono svolte fino ad oggi hanno offerto gratuitamente ad un pubblico, che ogni anno ha superato le duemila persone, spettacoli sempre di maggior qualità, realizzati fondamentalmente con risorse provenienti dalla famiglia ma anche grazie alla generosità di numerosi, affezionati e storici sponsor. Insieme a noi hanno collaborato all’esecuzione del progetto il Comune di Rocca San Casciano e la Pro Loco cittadina.

Dopo dieci anni di attività ci proponiamo non solo di continuare con la stessa passione e la medesima perseveranza che ci hanno sostenuto fino ad oggi, ma di far crescere questa nostra creatura ampliando le iniziative culturali, pronti a collaborare con chiunque condivida i nostri valori e le nostre finalità.



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Ugo Becattini nasce a Rocca San Casciano il 4 novembre 1901 da una famiglia di artigiani. È il primogenito e il suo futuro è già, direi, pacificamente e chiaramente delineato: lavorerà col padre fino al momento in cui lo dovrà sostituire nella conduzione dell’attività di artigiano della calzatura. Ciò accade in fretta e ancora ragazzo è lui che gestisce il negozio e diventa idealmente il capo famiglia, perciò rimane nella casa paterna da cui pian piano si allontaneranno, per seguire la loro strada, i suoi cinque fratelli.
Nel 1931 si sposa con Giovanna Boattini e da questa unione nascono sei figli.
Bastano poche righe per “raccontare” una vita, poche righe se si accetta di tralasciare le emozioni, gli affetti e le passioni.
Gli affetti, certo, sono stati tutti per la sua famiglia, per i figli, nei confronti dei quali ha nutrito una stima e una fiducia talmente profonda da costituire le fondamenta su cui io e i miei fratelli siamo saldamente e serenamente cresciuti, aiutati certamente anche dall’educazione altruista ma decisamente spartana impartita da mia madre.
Ugo Becattini è morto presto, il primo settembre 1973, lasciando fra i sei figli alcuni poco più che ventenni e cinque nipoti.
Oltre agli affetti, nella sfera emotiva di una persona, ci sono le passioni e per il babbo ce n’è stata una che ha fatto da padrona, grande, infinita, compagna delle lunghe giornate lavorative: la musica. Per lui la musica era da scrivere con la M maiuscola e sapeva e voleva apprezzarla tutta. Ma le sue preferenze, incondizionatamente, andavano alla lirica. Mentre trascorreva le sue giornate al banco di lavoro, la radio era sintonizzata sempre sul terzo programma che trasmetteva musica operistica e concertistica.
Fin dai dodici anni mio padre ha fatto parte della banda cittadina, suonando il suo saxofono tenore e partecipando a tutte le attività che questa importante istituzione abbraccia. Tutti noi figli lo ricordiamo nella storica ed elegante divisa nera coi bottoni d’oro (verrà sostituita solo in tempi recenti), pronto per i servizi cittadini, le processioni religiose o in partenza per le trasferte che andavano dai paesi del circondario fino a mete un poco più lontane. Al ritorno ci commentava come gli altri paesi organizzavano le loro feste (sempre con una punta di ironia perché era sottinteso che nessuno ci sapeva fare come i rocchigiani), i pezzi suonati, il caldo o il freddo e infine, dettaglio non secondario, come era stato il pranzo. Infatti, quando il Corpo Bandistico andava a fare servizio in trasferta, i suonatori erano ospitati dalle famiglie del paese e quindi si era nelle mani della sorte…!
Il sax che mio padre aveva in dotazione non era proprio di ultima tecnologia e spesso cercava di fargli manutenzione in modo artigianale ma quello strumento, che oggi la Fondazione conserva, quanto l’ha amato! Tuttavia guardava con aria fra lo stupito e l’ammirato quei meravigliosi sax che in inquadrature televisive mandavano riflessi abbaglianti durante assoli struggenti e perfetti, ma poi commentava “quegli strumenti, suonano da soli!”.
Oltre alle esecuzioni della banda non era facile ascoltare musiche dal vivo abitando in provincia ed, infatti, le occasioni non furono molte per il babbo: a Firenze quando andava a trovare il fratello Remo, anche lui suonatore ed appassionato di lirica, oppure presso il grande palcoscenico dell’Arena di Verona. Ci andò, a Verona, per la prima volta, stando ai ricordi dei racconti familiari, nei lontani anni Trenta, quando ebbe occasione di assistere alla esecuzione dell’Aida con dei veri elefanti in scena.
In tempi più recenti, come per tanti altri rocchigiani, l’opportunità di andare a Verona ad ascoltare un’opera era data da una circostanza singolare quanto magnanima e illuminata, nata da un grande personaggio nativo del mio paese. Il proprietario della tipografia Cappelli era niente meno che il commendatore Carlo Alberto Cappelli che per molti anni è stato il sovrintendente dell’Arena di Verona, mecenate e raffinato scopritore di talenti. Il signor “Lallo”, così chiamavano in paese Carlo Alberto, offriva ogni anno ai dipendenti della tipografia e ai famigliari la possibilità di assistere ad una rappresentazione lirica all’Arena. E così anche il babbo potè sfruttare questa possibilità che riempiva di commenti, racconti e valutazioni sia i giorni che precedevano la partenza che i successivi.
Un ultimo pensiero va ancora alla banda che mio padre ha tanto amato e che l’ha accompagnato anche nel suo ultimo viaggio.



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Sembra che il sassofono o sax, suonato per una vita da Ugo Becattini, sia entrato nella Banda musicale di Rocca San Casciano già a metà dell’Ottocento, dimostrando così l’attenzione storica del gruppo musicale alle novità, dal momento che il sassofono fu inventato nel 1841. Il calzolaio Ugo Becattini (1901-1973), componente della banda di paese, rappresenta uno dei tanti “artigiani della musica” che animarono in Italia migliaia di bande musicali dal 1592, quando si ha notizia della banda più antica d’Italia.La storia della Banda di Rocca San Casciano, risalente al Settecento, s’inserisce in questo contesto nazionale.
La banda è emblema di un paese, di una comunità, al di là delle distinzioni sociali, culturali, politiche o religiose, perché partecipa ai principali avvenimenti pubblici e privati: sfilate, processioni, concerti, feste civili e religiose, battesimi, matrimoni e funerali. La banda unisce una comunità, perché è formata da persone di tutte le età, perché è tradizione e innovazione, laboratorio e scuola di musica.
A queste caratteristiche comuni, la Banda di Rocca San Casciano ne aggiunge altre particolari: fin dall’inizio dell’Ottocento fu l’unica “a dar bella prova di sé” nel territorio della Romagna Toscana, e il granduca di Toscana Leopoldo II la volle al suo seguito in varie occasioni, fra cui durante la visita a Rocca nel 1834, all’inaugurazione del passo del Muraglione due anni dopo e nel 1849 a Firenze per la concessione della costituzione, quando il sovrano regalò alla banda “il vessillo fiorentino”, che ancor oggi gelosamente conserva. Infine, la banda nacque da un ricco humus culturale che ha radici storiche precise: Rocca capoluogo della Romagna Toscana e poi del Circondario fino al 1923. Da Firenze e dalla Toscana arrivarono per secoli a Rocca amministratori pubblici e molti personaggi della corte granducale dei Medici e dei Lorena, portatori di cultura e gusti europei, in contatto diretto con Vienna, capitale europea della musica nel Settecento. E da Rocca vanno a Firenze non solo i figli di professionisti e dirigenti per studiare, ma anche gli artigiani e i commercianti per i mercati e perfino le ragazze delle famiglie povere “a servizio” nelle famiglie benestanti e ricche, molte delle quali tornano in paese in età da marito “sapendo leggere, scrivere e far di conto” e perfino “con rudimenti musicali”. I legami con Firenze resteranno per sempre nel Dna della Banda rocchigiana, come dimostra l’esibizione a Palazzo Vecchio il 28 giugno 1998, in occasione del 150° anniversario della Bandiera.
A Rocca capoluogo, sorgono la biblioteca, il teatro e circoli culturali, sulla scia del fermento culturale della città Medicea. Nel 1848 Federigo Cappelli fonda l’omonima tipografia, che il figlio Licinio trasforma in casa editrice nazionale. Il nipote del fondatore, Carlo Alberto Cappelli, ha fatto del libro e della musica un programma di vita, come soprintendente al Teatro Comunale di Bologna e all’Arena di Verona, scoprendo tanti giovani geni della musica, fra cui Luciano Pavarotti. Oggi, per continuarne l’opera è nata in paese “L’Associazione prosa, lirica e danza Carlo Alberto Cappelli”.
I legami fra Banda e Comune sono sempre stati strettissimi, tanto che diversi sindaci, fra cui Giuseppe Mengozzi e l’attuale Rita Monti, ne sono stati componenti fondamentali. Già nel 1874 il consiglio comunale concesse un contributo pubblico alla banda e alla scuola di musica, con un maestro stipendiato. La musica diventa collante della popolazione: all’inizio del Novecento, ogni domenica sera d’estate si teneva un concerto gratuito in piazza, fornendo “un’occasione per riunire tutta la cittadinanza”. Dal 1924 il direttore Silio Coppola, rese popolari le arie dei grandi compositori con l’esecuzione di brani della Norma di Bellini, dell’Aida, de La Traviata, de La forza del destino di Verdi, dell’Inno al Sole di Mascagni, della Lucia di Lammermoor di Donizzetti, del Mefistofele di Boito, del Faust di Gounoud.
È in questo periodo che inizia a suonare nella banda il giovane Ugo Becattini. Dopo Normando Maurizi, Orazio Ugolini e Armando Muti, dal 1930 al 1945 diresse la banda il maestro Andrea Legni, originario di Bellaria, inaugurando “un’epoca d’oro”, tanto che nel 1936 vinse il primo premio a Forlì al concorso provinciale delle bande, suonando oltre a Giovinezza Giovinezza, anche parti de I Vespri siciliani di Verdi e de La gazza ladra di Rossini, “con un programma musicale di alto livello artistico”. Dal 1946 al 1957 tornò il direttore Fernando Ceccarelli, che nel 1948 diresse i concerti a Firenze e a Rocca per il centenario della Bandiera. Dopo Cesare Bonfante di Tredozio e Costante Fantini di Cervia, nel 1966 arrivò alla direzione il rocchigiano Omero Tassinari, che per 20 anni rilanciò il “glorioso sodalizio artistico”, collaborando con la Corale Giuseppe Verdi e accogliendo nella banda anche le donne. Nel 1996 gli subentra il giovane Omar Brui, che due anni dopo celebra a Palazzo Vecchio e in piazza della Signoria di Firenze il 150° anniversario della Bandiera. Dal 1999 dirige la Banda di Rocca Onorio Legni, figlio di Andrea. Come dimostrano questi cenni storici, la Banda è da secoli protagonista della musica nella piazza di Rocca, lo stesso salotto buono del paese, in cui proseguono le varie iniziative culturali, artistiche e musicali e in cui riecheggiano idealmente le note del sax del bandista calzolaio Ugo Becattini, sublimate dal Gran Concerto annuale della Fondazione a lui dedicata.



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Rocca San Casciano vanta origini antiche: sarebbe stata fondata dagli Etruschi, dai Galli o dai Romani col nome di Sassatica, versione fatta propria da chi ha inventato lo stemma di una rocca fortificata con tre torri. L’origine etrusca sarebbe testimoniata da reperti archeologici e dalla posizione geografica del paese, sorto alla confluenza di più corsi d’acqua, il fiume Montone e i fossi Ridazzo e S. Antonio: un’ubicazione tipica per una popolazione come quella etrusca, che praticava il culto delle acque.
Il nome attuale deriva dalla primitiva pieve del V-VII secolo, situata nella piana ai piedi del castello e dedicata a San Cassiano, vescovo di Imola martirizzato all’inizio del Trecento. Ma il cristianesimo arrivò da Ravenna, attraverso la diocesi di Forlimpopoli e la predicazione del primo vescovo San Ruffillo, che secondo la tradizione sarebbe morto mentre predicava il Vangelo ai pagani nel vicino paese di Portico. Una leggenda racconta che San Mercuriale, primo vescovo di Forlì, e San Ruffillo si sarebbero incontrati proprio nell’alta Valle del Montone per incatenare un drago (simbolo del paganesimo) che infestava la zona. Legatolo con le loro stole sacerdotali, lo avrebbero poi gettato in un pozzo. Sta di fatto che fra Dovadola e Rocca, ai confini delle due diocesi, restano le chiese medievali dedicate a San Ruffillo e a San Mercuriale in Villarenosa.
Al nome primitivo del paese fu anteposto Rocca, cioè castello, come si legge in un documento del 1197: “Rocca Sancti Cassiani in Casatico”, restando nel primo millennio sotto l’influenza di Ravenna. Le intricate vicende militari e politiche che vanno dal IX al XIV secolo, testimoniano che il castello appartenne a vari proprietari feudali, fra cui il vescovo di Forlimpopoli, i monaci di San Benedetto in Alpe, i Guidi di Modigliana ed i Càlboli.
Con testamento del 7 agosto 1382, il conte Francesco di Paoluccio da Càlboli lasciò il castello di Rocca e tutti i sui possedimenti a Firenze, impegnata ad attuare una politica d’espansione puntando ai granai della Romagna, al porto di Cesenatico e alla creazione di uno “stato cuscinetto”, contro le mire sulla Toscana di Milano e Venezia, potenze alleate per creare uno stato unitario in Italia. In pochi decenni Firenze formò un “Capitanato fiorentino in Romagna”, retto da un capitano del popolo inviato da Firenze già nel 1386: fu l’origine della Romagna Toscana, costituita provincia nel 1542, che nel 1836 vide finalmente realizzato il progetto di un moderno collegamento stradale con Firenze, con l’apertura del passo del Muraglione. Nel secondo millennio Rocca aveva respirato l’aria di Firenze.
In quest’epoca di vivacità culturale, un triste avvenimento ha colpito il territorio di Rocca tanto da rimanere legato alla storia del paese: il “crudelissimo terremoto” del 22 marzo 1661 lasciò il tragico bilancio di 41 morti, 24 case rimaste in piedi su 115 in paese e 96 su 230 in campagna. Anche del castello restarono solo i ruderi. L’attuale assetto urbanistico del centro storico, compresa la bella piazza triangolare, risale alla ricostruzione dopo il terremoto. Per ricordare la terribile tragedia, la popolazione celebra ogni 22 marzo il “Voto” con manifestazioni religiose.
Rocca San Casciano divenne nel 1776 capoluogo della Romagna Toscana, in un’epoca di grandi riforme granducali: per la riorganizzazione del territorio, Rocca si arricchì di tutto l’apparato amministrativo toscano, portatore della cultura e della mentalità del capoluogo fiorentino, collegato allora direttamente alla corte imperiale di Vienna. La creazione nel 1837 del Circondario di Rocca San Casciano, con oltre 60mila abitanti, rafforzò le funzioni della cittadina, che si arricchì dell’Accademia dei Riconoscenti con teatro (1842), di una filodrammatica, una filarmonica e di vari circoli culturali, animati da uomini di cultura come il latinista e poeta Giuseppe Mengozzi, lo storico Francesco Versari e il musicista padre Damiano Poggiolini.
È in questo contesto che nel 1848 Federigo Cappelli fonda l’omonima tipografia, trasformata in casa editrice nazionale con sede a Bologna dal figlio Licinio. Oltre al benessere, la stampa dei libri porta in paese anche la lettura, tanto che nel 1917 la Biblioteca circolante del Circolo cattolico contava 1200 volumi ed il giro settimanale dei prestiti era di circa 50 libri. Nonostante i cambiamenti della globalizzazione, Rocca rimane il “capoluogo” socio-culturale della media e alta valle del Montone.
L’influenza amministrativa e culturale di Firenze su Rocca durò fino al 1923, quando Benito Mussolini riportò la Romagna Toscana sotto Forlì, per motivi amministrativi, economici e personali, perché il Tevere, “il fiume sacro ai destini di Roma”, doveva scorrere dalla Romagna alla capitale. Mussolini era particolarmente legato ai paesi della Romagna Toscana, e a Rocca il Duce intervenne in varie circostanze, fra cui il 10 giugno 1934 per inaugurare la Cappella dei Caduti, poi qualche anno dopo per la dimostrazione della “trebbiatura del grano a torso nudo”, in una piazza traboccante di folla, e il 20 giugno 1939 per inaugurare l’impianto per l’estrazione di gas metano sul monte Busca.
Oggi, fra le tradizioni più sentite a Rocca vi è la Festa del Falò, che si richiama alle antiche usanze di accendere fuochi nelle campagne per salutare la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, detti anche fogarène o lom a merz. In paese sono famosi i fuochi di San Giuseppe o falò dei rioni Borgo e Mercato, che gareggiano sulle rive del fiume la sera dell’ultimo sabato di marzo. Ai fuochi iniziali si sono aggiunti i fuochi d’artificio e, intorno al 1970, i carri allegorici. Tre mesi prima della festa, iniziano i lavori per preparare i grandi pagliai di “spini” e i carri allegorici, coinvolgendo diverse centinaia di volontari di entrambi i rioni, in momenti di grande socializzazione. La Festa del Falò attira migliaia di persone da tutta Italia, che si godono sulle rive del fiume e nella piazza del paese un’atmosfera particolare, un mix di spettacolo di fuochi che gareggiano e si rispecchiano nell’acqua del fiume, una tradizionale competizione fra due rioni e tanta musica, mentre dall’alto la torre del Castellaccio, avvolta da un gioco suggestivo di luci e ombre, assiste allo scorrere lento del tempo.

 


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